IL RISULTATO (PER ME) NON È TUTTO…

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Viviamo in un mondo altamente competitivo. Nello sport e al di fuori dello sport.
Ma il problema non sta, badate bene, nella competizione in sé stessa, ma al significato che la società, sempre più spesso, dà alla competizione.
Il competere con gli altri per raggiungere un obiettivo è un fattore, in teoria, positivo che spinge l’individuo a cercare di migliorarsi ogni giorno di più, a cercare di spostare sempre una spanna più su l’asticella che rappresenta il limite individuale di ciascuno di noi.
Il problema di oggi è che, invece, il risultato, la vittoria sono messi al primo posto, sempre e nonostante tutto.
Per cui se non vinci, se non arrivi all’obiettivo puoi anche fare a meno di provarci. Non servi. E vieni messo da parte. In “panchina”.
Questo è quello che i nostri ragazzi, dentro e fuori dallo sport, mediamente respirano.
Per cui assistiamo a storie di ragazzi che smettono di provare ancora prima di aver cominciato, che si sentono inadeguati solo al confrontarsi con gli altri…
Ed ecco spiegato il motivo per cui capita che uno dei “tuoi” ragazzi arrivi da te, una domenica mattina poco prima della partita, dicendoti di non sentirsela di scendere in campo con la squadra dei più grandi perché “è il più piccolo, si è allenato poco e quindi, rispetto agli altri, si sente scarso, inadeguato“…
Allora per un attimo ti fermi e ti chiedi, di fronte ad una paura legittima per quell’età, cosa stai insegnando a questi ragazzi.
O meglio, cosa VUOI insegnare a questi ragazzi.
Ripensi a quella domenica di mille anni fa quando al posto di quel ragazzo c’eri tu. E di fronte avevi il tuo allenatore che ti comunicava che saresti sceso in campo, seppure più piccolo di tutti, con la prima squadra.
Un onore, all’epoca. Una gran fifa, di quella che crea il nodo in gola e le gambe tremanti, ma pur sempre un onore. Giocare con i “grandi”.. una situazione che sapevi di meritare per quello che avevi dimostrato durante gli allenamenti, per le tue qualità.
Qualità che il tuo allenatore conosceva bene per cui, fidandoti di lui, sapevi che potevi farcela.
E invece oggi, quella stessa situazione porta ad un risultato diverso.
Quella stessa paura diventa un blocco, diventa un freno anziché un trampolino di lancio…
Torni quindi a pensare a quali sono i valori che vuoi che questi ragazzi imparino giocando al “tuo” baseball, quali sono le cose importanti che vuoi che si portino a casa dopo ogni allenamento, dopo ogni partita?
Quale impronta vuoi dare a questi piccoli atleti prima come educatore e poi come adulto?
Conta davvero così tanto il risultato finale da lasciare tra il pubblico un ragazzo che ti sta manifestando le sue paure, solo perché non è in grado di farti vincere la partita?
Oppure è meglio prenderlo per mano, aiutarlo a costruire pian piano le sue sicurezze, affrontando le paure con serenità e comprensione?

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Alla fine fare l’allenatore di uno sport qualsiasi comporta una grande responsabilità, che va assolutamente oltre il semplice gesto atletico e il risultato sportivo.
Non meno di un insegnante ti trovi tra le mani dei piccoli uomini, pieni di insicurezze e paure, non consapevoli di quello che possono esprimere e alla ricerca di qualcuno che, da fuori, li metta nella giusta direzione.
Alcuni magari diventeranno grandi atleti, altri magari no. Ma tutti diventeranno adulti. E da adulti dovranno affrontare le sfide della vita, dalla scuola al lavoro…
Non è meglio insegnare loro che, quindi, più che il risultato quello che importa davvero è cercare di dare sempre il meglio di sé partendo dal presupposto che, però, ognuno di noi è diverso dall’altro, ha capacità e abilità diverse, per cui l’asticella è posta ad un’altezza variabile?
Bisogna mettere mano alla lista delle priorità, dei valori, delle cose che per noi sono davvero importanti. E che diventano fondamentali per loro.
Ai miei ragazzi ieri ho ripetuto questo concetto mille volte e, a costo di essere preso per matto, ho ribadito il mio “CHISSENEFREGA del risultato, dei punti presi o delle battute fatte dagli avversari…”.
Siamo in campo, tutti, per imparare. Imparare a dare sempre il massimo, ognuno per quello che può.
Una partita vinta per errori dell’avversario, per me, conta meno di una partita persa provandoci fino alla fine.
Sarò strano lo so, ma CHISSENEFREGA
Dopotutto amo questo sport che, nel pensiero comune, è uno sport molto strano.
Ma che porta con sé un sacco di valori, fondamentali anche fuori dal campo.
Quindi…. CHISSENEFREGA… ma sempre con il sorriso…

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